Ancora una volta nella nostra città è stato colpito alle gambe un dirigente di una nota azienda genovese. Subito dopo il vile attentato, si sono scatenati i media e i portavoce del regime per creare la presunta pista di un sedicente terrorismo rosso e/o anarchico. Noi del Circolo Culturale Proletario di Genova, nel condannare fermamente il gesto criminale e vigliacco che ha colpito la  persona del Dr.  Adinolfi, ribadiamo che non crediamo affatto sia questa maniera violenta il modo di portare avanti l’opposizione di classe che il paese ha oggi bisogno, anzi pensiamo che gesti violenti come questo siano il prologo all’affermarsi di regimi autoritari e repressivi, come quello che stanno cercando di instaurare l’attuale regime dei tecnici di Monti e della Confindustria. In ragione di ciò proponiamo la lettura della presa di posizione del sito antagonista “Infoaut”, che, oltre a prendere giustamente le distanze dal gesto criminale della gambizzazione del Dr. Adinolfi, ribadisce la totale estraneità a queste politiche violente e criminali da parte del movimento operaio e di classe nel nostro paese.

 

Il documento è stato rilancia­to dal Centro sociale torinese Askatasuna che l'ha pubblicato nella home page del suo sito.

 

"Infoaut" prende le distanze dall'attentato di Genova


 

In questi giorni si è fatto un gran parlare di un episodio di scarsa rilevanza politica, sociale e persino sanitaria, il ferimento alla gamba di un dirigente dell'Ansaldo, a Genova. Il ministro Cancellieri lancia messaggi intimidatori ai movimenti, mentre il povero Bersani rispolvera tenta­tivi di limitare l'espressione del dissenso, degni di una Germania d'Autunno da operetta.

Questo non vuoi dire, si badi, che dietro l'azione di Genova sia da vedersi una "mano occulta", magari legata genericamente "allo Stato" o "ai servizi". Tutt'al-tro: c'è la mano di chi, prigioniero del proprio autismo più che delle indubbie coercizioni della società contemporanea, ha creduto con questo gesto di poter insegnare qualcosa ai movimenti e ai militanti che agiscono nelle lotte. Non agli altri, si badi: della socie­tà multiforme e complessa, me­raviglioso bacino di insorgenza delle lotte, unica possibile fonte del cambiamento, nulla interes­sa alla FAI. Il "consenso" e i "cori in mezzo ai cortei" sono cose da poveracci, perdite di tempo: molto più sensato è il bel gesto "nichilista", l'illuminazione che viene da chi ha avuto il colpo di genio di comprendere ciò che nessuno aveva compreso. Impo­stazione quanto mai ideologica, e presuntuosa, intrisa di quell'indi­vidualismo esasperato e venato di narcisismo che vede, con la ti­pica declinazione di una dottrina astratta, semplici casi di "aliena­zione" (politica? mentale, forse?) nelle altre forme di protesta.

Allora anche un episodio irrile­vante può essere occasione per ricordare - non lo si fa mai abba­stanza - che la distruzione dell'esi­stente, se mai sarà possibile, sarà prodotta da mutamenti nei rappor­ti di forza in seno alla società, che siano in grado di provocare una trasformazione della società tutta. Non possiamo sapere se riuscire­mo in questo intento, né quando ci riusciremo, ma sappiamo che soltanto allargando i margini della rabbia, coinvolgendo nuove per­sone (migliaia, milioni di persone) nelle proteste, riproducendo forme di resistenza diffuse e di massa avremo chance di vittoria. Tut­to il resto è guardarsi l'ombelico pensando di fare altro, e magari guardarselo in televisione, come chi ha scritto la rivendicazione in questi giorni sta facendo: i media, grande satana contro cui spesso si scagliano i (grezzi) strali di alcu­ni, diventano unico interlocutore di fatto per pratiche pensate esclu­sivamente entro una consapevole cornice spettacolare, e dunque prive di qualsiasi autonomia sul piano del rapporto tra forze vive e merci. Un'ambivalenza, quella dei media, e quella dell'autonomia delle pratiche dalla loro vendita narrativa, che vive chiunque agi­sca nelle lotte; ambivalenza che si annulla là dove chi agisce deside­ra di fatto scomparire interamente dentro i meccanismi della notizia o del flash, come accade in questo caso e come era già accaduto, su altri versanti, ai tempi dei finti scontri a mani alzate contro (?) la polizia.

L'indipendenza della prassi dal­le forme di mera rappresentazione del conflitto, e della sua riproduzio­ne esclusivamente commerciale, è un presupposto, a ben vedere dell'affermazione rivoluzionaria dei soggetti sociali, che è tale soltanto se è di massa: dell’autonomia, del comunismo o dell’anarchia di quattro sfigati non importa niente a nessuno. Accostare antagonismo e consenso dovrebbe essere, anche per questo, l’ossessione quotidiana di un militante o di una militante rivoluzionari: se non altro perché il potere democratico/consumistìco  da sempre di impedire il perico­loso connubio tra desiderio di trasformazione e contaminazione sociale di questo desiderio, ben sapendo che in questa idea sol­tanto è scritta la parola della sua fine. Ogni giorno, in ogni pratica di liberazione, di aggregazione sociale e di azione diretta, dob­biamo porci l'obiettivo di sfatare il mito per cui cercare consenso equivale ad ammorbidire te posi­zioni, mentre mantenerle antago­niste significa rinchiudersi in un ghetto e, questa volta sì. nell’alleniazione (sociale: inavvertitamen­te o con entusiasmo, a seconda delle ideologie di provenienza). Se insistiamo sul concetto dì au­tonomia, fino a scriverne il nome sulle nostre bandiere, è perché desideriamo abbastanza la distru­zione dell'ordine esistente dette cose da porci effettivamente, e senza simulazioni, il problema della sua realizzazione: i soggetti delle lotte devono riuscire a spe­rimentare forme di mobilitazione che incrinino i rapporti di forza esistenti nella società. Là dove non ci sono soggetti sociali, ma monadi individualistiche, e non ci sono lotte o conflitti, ma gestualità spettacolarizzanti, la questione dell’autonomia neanche si pone. E ciò per un motivo semplice e importante, che è il vero fulcro di tutta questa irrilevante faccenda: che là dove regna l’autismo non si pone, in primo luogo, il problema della vittoria.